C’è qualcosa di quasi paradossale in Nikola Jokic. Non sembra un atleta NBA. Non ha la fisicità esplosiva di Giannis, non la grazia di Durant, non la velocità di Curry. Quando lo guardi riscaldarsi prima di una partita potresti scambiarlo per qualcuno che si è perso nel palazzetto.
Poi inizia la partita. E capisci tutto.
Il basket che nessuno aveva visto prima
Jokic gioca a canestro in un modo che non era stato inventato prima di lui. Non è solo che è bravo — è che è bravo in modi che non esistevano nel vocabolario del basket fino a qualche anno fa.
Un centro di 211 centimetri che organizza il gioco come un playmaker. Che vede passaggi che gli altri giocatori non vedono neanche dopo che li ha già eseguiti. Che può segnare da qualsiasi posizione del campo con qualsiasi tipo di tiro. Che rimbalza con un’aggressività che contrasta completamente con la sua apparente lentezza.
Le sue statistiche sono oscene nel senso più bello del termine. Triple doppie di media — punti, rimbalzi e assist — in modo così costante da far sembrare normale qualcosa di straordinario.
Tre MVP e non si ferma
Vincere un MVP nella NBA è qualcosa che capita ai migliori giocatori della loro generazione. Vincerne tre mette Jokic in una compagnia ristrettissima — Kareem, Jordan, LeBron, Moses Malone. Giocatori che hanno definito epoche.
Quello che rende Jokic ancora più speciale è il modo in cui ha raggiunto questi risultati. Senza essere considerato un prospetto straordinario al draft. Senza far parte di un grande mercato americano. Con una dedizione al lavoro e un approccio alla competizione che sembra quasi fuori dal tempo.

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Cosa ci insegna Jokic
In un’epoca in cui il basket NBA sembra sempre più dominato dall’atletismo puro, dalla velocità e dalla capacità di segnare da tre punti in modo meccanico, Jokic ci ricorda che il talento vero non ha una forma predefinita.
Il basket è uno sport di intelligenza prima che di fisico. E Jokic, in questo momento, è probabilmente il giocatore più intelligente del mondo.