Alex Zanardi è morto. La notizia è arrivata questa mattina, due maggio 2026, con una nota della famiglia che ha informato il mondo della scomparsa di Alessandro Zanardi avvenuta nella serata del primo maggio, poco dopo le ventidue e trenta, in una clinica specializzata di Padova. Aveva cinquantanove anni. Avrebbe compiuto i sessanta il ventitré ottobre.
Mi fermo un momento prima di scrivere questo articolo. Perché Alex Zanardi non era solo un campione sportivo da ricordare con un elenco di titoli e medaglie. Era qualcosa di molto più raro — un essere umano che aveva trasformato due delle tragedie più devastanti che si possano immaginare in ragioni per amare la vita ancora di più. E che quella trasformazione la trasmetteva a chiunque lo incontrasse, anche attraverso uno schermo televisivo, anche attraverso una fotografia.
Non è semplice scrivere di lui oggi senza commuoversi. Ma Alex non avrebbe voluto lacrime — avrebbe voluto che la sua storia continuasse a ispirare. E allora proviamo a raccontarla come merita.
Alex Zanardi: una vita che sembrava impossibile
Alessandro Zanardi nasce a Bologna il ventitré ottobre del 1966 da una famiglia semplice — il padre Dino era idraulico, la madre Anna sarta. Cresce a Castel Maggiore, in Emilia, e da bambino ha già i motori nel sangue. Non è una metafora — era letteralmente così. A quattordici anni il padre gli regala il primo kart e da quel momento la sua vita ha una direzione sola: le corse.
La strada verso la Formula 1 è lunga e accidentata. Passa per la Formula 3 italiana, per la Formula 3000, per anni di sacrifici e di macchine non competitive. Nel 1991 arriva finalmente l’esordio nel Circus — prima con la Jordan di Eddie Jordan, poi con la Minardi, poi con la Lotus tra il 1993 e il 1994. Non è mai la macchina giusta, non è mai il momento giusto. Il suo unico punto mondiale arriva nel Gran Premio del Brasile del 1993. È una carriera di Formula 1 che promette molto ma non consegna quello che avrebbe meritato.
La svolta arriva nel 1995 con la decisione di provare il campionato americano CART — quello che oggi si chiama IndyCar. È una scelta coraggiosa e controcorrente. Ma Alex ha sempre avuto il coraggio di seguire la sua strada.
E in America trova quello che cercava.
I due titoli CART: il campione che l’America amava
In CART Alex Zanardi diventa qualcosa che in Formula 1 non era mai riuscito a essere — un campione. Nel 1997, guidando per il team Chip Ganassi Racing, vince cinque gare nelle diciassette disputate e conquista il suo primo titolo mondiale. Nel 1998 è ancora più dominante — sette vittorie in diciannove gare, quindici podi su diciannove possibili. Due titoli consecutivi che lo rendono uno dei piloti più apprezzati e amati d’America.
Il pubblico americano adorava Alex non solo per la velocità — ma per il carattere. Esuberante, simpatico, capace di scherzare in qualsiasi situazione, aveva quella qualità rara negli sportivi professionisti di sembrare davvero felice di essere lì, in pista, a fare quello che amava. Dopo ogni vittoria inventava quella celebrazione delle ruote che giravano sul posto — i cerchi di gomma bruciata sull’asfalto che sono diventati un’usanza nel motorsport mondiale. Il pubblico impazziva.
Il 1999 segna il ritorno in Formula 1 con la Williams — un ritorno che non va come sperato, con una macchina non competitiva e una stagione difficile. Ma Alex non si abbatte mai.
Il quindici settembre 2001: il giorno che ha cambiato tutto
Il quindici settembre 2001 è una data che chiunque ami lo sport conosce. Al circuito del Lausitzring, in Germania, durante una gara del campionato CART, la monoposto di Zanardi viene centrata in modo devastante da un altro pilota mentre rientra ai box. L’impatto è violentissimo — la sua vettura viene letteralmente spezzata in due. Alex perde entrambe le gambe. Rischia di morire dissanguato sull’asfalto tedesco. Solo la prontezza del responsabile medico del campionato, che riesce a tamponare le arterie femorali, gli salva la vita.
Sedici interventi chirurgici. Sette arresti cardiaci. Quattro giorni di coma farmacologico. Un percorso riabilitativo che avrebbe spezzato qualsiasi altra persona.
Alex Zanardi non si è spezzato.
Due anni dopo quell’incidente — nel 2003 — torna al Lausitzring. Non come spettatore. Non come ospite d’onore. Torna in pista, con una macchina adattata alle protesi, e percorre i tredici giri che erano rimasti in sospeso dalla corsa del 2001. Li percorre in pista, davanti al pubblico, sorridendo. È il gesto più potente che abbia mai visto in tutta la storia dello sport.
Per il contesto delle corse automobilistiche italiane leggi il nostro approfondimento sulla Formula 1 2026.
La seconda vita: l’handbike e le Paralimpiadi
Quello che Alex Zanardi ha costruito dopo il 2001 è la parte della sua storia che lo ha reso immortale. Non si è limitato a recuperare e sopravvivere — ha trovato una nuova disciplina, l’ha abbracciata con la stessa passione che aveva per i motori, e l’ha dominata come nessun altro prima di lui.
La scoperta dell’handbike è quasi per caso — un incontro fortuito con un amico paraciclista, Vittorio Podestà, che gli mostra cosa si può fare con quelle braccia ancora fortissime. Alex prova e si innamora immediatamente.
Nel 2007 partecipa alla Maratona di New York per la prima volta — arriva quarto. Nel 2011 la stessa maratona la vince. E poi arrivano i Giochi Paralimpici.
Londra 2012: due ori — nella prova in linea e nella cronometro — e un argento nella staffetta. Rio 2016: altri due ori e un argento. In mezzo, dodici titoli mondiali che lo rendono il più vincente nella storia del paraciclismo paralimpico. Numeri straordinari che però raccontano solo una parte della storia.
Quello che questi numeri non riescono a catturare è come Alex vinceva. Con un sorriso che sembrava dire a tutto il mondo che la vita è bella, che vale la pena lottare, che qualsiasi ostacolo può diventare un trampolino. Non era retorica — era autentico. Chiunque lo abbia mai incontrato o intervistato riporta la stessa cosa: era impossibile stare vicino ad Alex Zanardi e non sentirsi meglio di come si era arrivati.
Puoi trovare tutta la documentazione sui suoi titoli paralimpici sul sito ufficiale del Comitato Paralimpico Italiano.
Il terzo incidente: il 2020 e sei anni di silenzio
Il diciannove giugno 2020 Alex stava partecipando a una staffetta di beneficenza in handbike sulle strade toscane, vicino a Pienza. Stava correndo per il suo progetto Obiettivo 3 — l’associazione che lui stesso aveva fondato per avvicinare gli atleti con disabilità allo sport agonistico.
In discesa, sulla statale 146, perde il controllo della handbike e si scontra frontalmente con un camion che arriva dalla corsia opposta. Le conseguenze sono devastanti — trauma cranico gravissimo, lesioni facciali multiple, condizioni disperate. Viene trasportato in elicottero all’ospedale di Siena, poi trasferito al San Raffaele di Milano dove viene sottoposto a delicati interventi neurochirurgici, poi a una struttura riabilitativa nel Lecchese, poi all’ospedale di Padova.
Nel gennaio 2021 riacquista la coscienza. La famiglia — la moglie Daniela e il figlio Niccolò — lo protegge con amore dal mondo esterno. Per quasi sei anni il mondo sa pochissimo delle sue condizioni reali. Si spera, si aspetta, si prega.
Ieri sera, primo maggio 2026 — lo stesso giorno in cui trentadue anni fa se ne andava Ayrton Senna, il pilota che Alex aveva idolatrato da bambino — la lotta si è conclusa.
L’eredità di Alex Zanardi
I funerali si terranno martedì cinque maggio alle undici del mattino presso la Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, a Padova. Un’intera nazione sarà lì, in spirito se non di persona.
Ma l’eredità che Alex lascia va oltre qualsiasi cerimonia. Va oltre le medaglie, oltre i titoli, oltre le statistiche. È l’eredità di un uomo che ha dimostrato — non a parole ma con i fatti — che i limiti esistono solo se li accetti. Che il coraggio non è l’assenza di paura ma la scelta di andare avanti nonostante la paura. Che sorridere alla vita ha senso soprattutto nei momenti in cui la vita non ti sorride.
Guidando con le protesi, scherzava: “Ragazzi, ho il piede pesante”. Era l’autoironia di qualcuno che aveva scelto di non prendere la propria storia come una tragedia ma come un’avventura — con tutte le sue curve impreviste e i suoi arrivi inaspettati.
Ciao Alex. Grazie per tutto quello che ci hai insegnato. Il tuo sorriso non lo dimentica nessuno.
Alex Zanardi è morto. La notizia è arrivata questa mattina, due maggio 2026, con una nota della famiglia che ha informato il mondo della scomparsa di Alessandro Zanardi avvenuta nella serata del primo maggio, poco dopo le ventidue e trenta, in una clinica specializzata di Padova. Aveva cinquantanove anni. Avrebbe compiuto i sessanta il ventitré ottobre.

Mi fermo un momento prima di scrivere questo articolo. Perché Alex Zanardi non era solo un campione sportivo da ricordare con un elenco di titoli e medaglie. Era qualcosa di molto più raro — un essere umano che aveva trasformato due delle tragedie più devastanti che si possano immaginare in ragioni per amare la vita ancora di più. E che quella trasformazione la trasmetteva a chiunque lo incontrasse, anche attraverso uno schermo televisivo, anche attraverso una fotografia.
Non è semplice scrivere di lui oggi senza commuoversi. Ma Alex non avrebbe voluto lacrime — avrebbe voluto che la sua storia continuasse a ispirare. E allora proviamo a raccontarla come merita.
Alex Zanardi: una vita che sembrava impossibile
Alessandro Zanardi nasce a Bologna il ventitré ottobre del 1966 da una famiglia semplice — il padre Dino era idraulico, la madre Anna sarta. Cresce a Castel Maggiore, in Emilia, e da bambino ha già i motori nel sangue. Non è una metafora — era letteralmente così. A quattordici anni il padre gli regala il primo kart e da quel momento la sua vita ha una direzione sola: le corse.
La strada verso la Formula 1 è lunga e accidentata. Passa per la Formula 3 italiana, per la Formula 3000, per anni di sacrifici e di macchine non competitive. Nel 1991 arriva finalmente l’esordio nel Circus — prima con la Jordan di Eddie Jordan, poi con la Minardi, poi con la Lotus tra il 1993 e il 1994. Non è mai la macchina giusta, non è mai il momento giusto. Il suo unico punto mondiale arriva nel Gran Premio del Brasile del 1993. È una carriera di Formula 1 che promette molto ma non consegna quello che avrebbe meritato.
La svolta arriva nel 1995 con la decisione di provare il campionato americano CART — quello che oggi si chiama IndyCar. È una scelta coraggiosa e controcorrente. Ma Alex ha sempre avuto il coraggio di seguire la sua strada.
E in America trova quello che cercava.
I due titoli CART: il campione che l’America amava
In CART Alex Zanardi diventa qualcosa che in Formula 1 non era mai riuscito a essere — un campione. Nel 1997, guidando per il team Chip Ganassi Racing, vince cinque gare nelle diciassette disputate e conquista il suo primo titolo mondiale. Nel 1998 è ancora più dominante — sette vittorie in diciannove gare, quindici podi su diciannove possibili. Due titoli consecutivi che lo rendono uno dei piloti più apprezzati e amati d’America.
Il pubblico americano adorava Alex non solo per la velocità — ma per il carattere. Esuberante, simpatico, capace di scherzare in qualsiasi situazione, aveva quella qualità rara negli sportivi professionisti di sembrare davvero felice di essere lì, in pista, a fare quello che amava. Dopo ogni vittoria inventava quella celebrazione delle ruote che giravano sul posto — i cerchi di gomma bruciata sull’asfalto che sono diventati un’usanza nel motorsport mondiale. Il pubblico impazziva.
Il 1999 segna il ritorno in Formula 1 con la Williams — un ritorno che non va come sperato, con una macchina non competitiva e una stagione difficile. Ma Alex non si abbatte mai.
Il quindici settembre 2001: il giorno che ha cambiato tutto
Il quindici settembre 2001 è una data che chiunque ami lo sport conosce. Al circuito del Lausitzring, in Germania, durante una gara del campionato CART, la monoposto di Zanardi viene centrata in modo devastante da un altro pilota mentre rientra ai box. L’impatto è violentissimo — la sua vettura viene letteralmente spezzata in due. Alex perde entrambe le gambe. Rischia di morire dissanguato sull’asfalto tedesco. Solo la prontezza del responsabile medico del campionato, che riesce a tamponare le arterie femorali, gli salva la vita.
Sedici interventi chirurgici. Sette arresti cardiaci. Quattro giorni di coma farmacologico. Un percorso riabilitativo che avrebbe spezzato qualsiasi altra persona.
Alex Zanardi non si è spezzato.
Due anni dopo quell’incidente — nel 2003 — torna al Lausitzring. Non come spettatore. Non come ospite d’onore. Torna in pista, con una macchina adattata alle protesi, e percorre i tredici giri che erano rimasti in sospeso dalla corsa del 2001. Li percorre in pista, davanti al pubblico, sorridendo. È il gesto più potente che abbia mai visto in tutta la storia dello sport.
Per il contesto delle corse automobilistiche italiane leggi il nostro approfondimento sulla Formula 1 2026.
La seconda vita: l’handbike e le Paralimpiadi
Quello che Alex Zanardi ha costruito dopo il 2001 è la parte della sua storia che lo ha reso immortale. Non si è limitato a recuperare e sopravvivere — ha trovato una nuova disciplina, l’ha abbracciata con la stessa passione che aveva per i motori, e l’ha dominata come nessun altro prima di lui.
La scoperta dell’handbike è quasi per caso — un incontro fortuito con un amico paraciclista, Vittorio Podestà, che gli mostra cosa si può fare con quelle braccia ancora fortissime. Alex prova e si innamora immediatamente.
Nel 2007 partecipa alla Maratona di New York per la prima volta — arriva quarto. Nel 2011 la stessa maratona la vince. E poi arrivano i Giochi Paralimpici.
Londra 2012: due ori — nella prova in linea e nella cronometro — e un argento nella staffetta. Rio 2016: altri due ori e un argento. In mezzo, dodici titoli mondiali che lo rendono il più vincente nella storia del paraciclismo paralimpico. Numeri straordinari che però raccontano solo una parte della storia.

Quello che questi numeri non riescono a catturare è come Alex vinceva. Con un sorriso che sembrava dire a tutto il mondo che la vita è bella, che vale la pena lottare, che qualsiasi ostacolo può diventare un trampolino. Non era retorica — era autentico. Chiunque lo abbia mai incontrato o intervistato riporta la stessa cosa: era impossibile stare vicino ad Alex Zanardi e non sentirsi meglio di come si era arrivati.
Puoi trovare tutta la documentazione sui suoi titoli paralimpici sul sito ufficiale del Comitato Paralimpico Italiano.
Il terzo incidente: il 2020 e sei anni di silenzio
Il diciannove giugno 2020 Alex stava partecipando a una staffetta di beneficenza in handbike sulle strade toscane, vicino a Pienza. Stava correndo per il suo progetto Obiettivo 3 — l’associazione che lui stesso aveva fondato per avvicinare gli atleti con disabilità allo sport agonistico.
In discesa, sulla statale 146, perde il controllo della handbike e si scontra frontalmente con un camion che arriva dalla corsia opposta. Le conseguenze sono devastanti — trauma cranico gravissimo, lesioni facciali multiple, condizioni disperate. Viene trasportato in elicottero all’ospedale di Siena, poi trasferito al San Raffaele di Milano dove viene sottoposto a delicati interventi neurochirurgici, poi a una struttura riabilitativa nel Lecchese, poi all’ospedale di Padova.
Nel gennaio 2021 riacquista la coscienza. La famiglia — la moglie Daniela e il figlio Niccolò — lo protegge con amore dal mondo esterno. Per quasi sei anni il mondo sa pochissimo delle sue condizioni reali. Si spera, si aspetta, si prega.
Ieri sera, primo maggio 2026 — lo stesso giorno in cui trentadue anni fa se ne andava Ayrton Senna, il pilota che Alex aveva idolatrato da bambino — la lotta si è conclusa.
L’eredità di Alex Zanardi
I funerali si terranno martedì cinque maggio alle undici del mattino presso la Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, a Padova. Un’intera nazione sarà lì, in spirito se non di persona.
Ma l’eredità che Alex lascia va oltre qualsiasi cerimonia. Va oltre le medaglie, oltre i titoli, oltre le statistiche. È l’eredità di un uomo che ha dimostrato — non a parole ma con i fatti — che i limiti esistono solo se li accetti. Che il coraggio non è l’assenza di paura ma la scelta di andare avanti nonostante la paura. Che sorridere alla vita ha senso soprattutto nei momenti in cui la vita non ti sorride.
Guidando con le protesi, scherzava: “Ragazzi, ho il piede pesante”. Era l’autoironia di qualcuno che aveva scelto di non prendere la propria storia come una tragedia ma come un’avventura — con tutte le sue curve impreviste e i suoi arrivi inaspettati.
Ciao Alex. Grazie per tutto quello che ci hai insegnato. Il tuo sorriso non lo dimentica nessuno.